Alberto Zedda e Pesaro

 

Per i musicisti Pesaro, oltre a essere la patria di Gioachino Rossini,  era la sede di un Conservatorio prestigioso  che ha avuto come direttori  Pietro Mascagni e Riccardo Zandonai e ha sfornato allievi del calibro di Mario Del Monaco e Renata Tebaldi. Da qualche anno Pesaro é soprattutto la cittá dove ha luogo il Rossini Opera Festival.

Non amavo Rossini. Il suo celebre Barbiere di Siviglia, visto alla Scala,  mi aveva deluso e irritato. Tutto così vecchio e scontato: un Conte d’Almaviva che nei panni d’un ubriaco ciondolava  come un marinaio in libera uscita e vestito da maestro di musica flautava come un travestito in crisi di astinenza; un Basilio con naso, cappello e fazzolettone smisurati e bisunti come nelle vignette anticlericali di fine ottocento; un Bartolo talmente becero da chiedersi perché fossero necessarie complicate  strategie per gabbarlo; una Rosina garrula e saltellante, ma dotata di dubbia seduttività per irretire un Grande di Spagna giovane, bello e ricco; un Figaro che, dimentico di ogni convenienza,  trattava gli altri personaggi come un domatore da circo le sue fiere; una musica fresca e geniale, che le risate provocate dagli eccessi clowneschi relegavano in secondo piano e umiliavano sino a cancellarne la cifra elegante e raffinata.

Un giorno mi offersero di dirigere Il barbiere di Siviglia. Studiandone la partitura, cominciarono le sorprese. Quello che leggevo nella pagina stampata, solo in parte corrispondeva a ciò che avevo ascoltato alla Scala. Tagli insensati, aggiunte immotivate,  trasposizioni arbitrarie, categorie vocali sovvertite… La preparazione musicologica, l’interesse per la filologia che mi aveva portato a coltivare la paleografia accanto agli studi filosofici mi guidarono a cercare e consultare  l’autografo rossiniano. Ancora sorprese: in molti brani  la strumentazione tracciata da Rossini era diversa (meno efficace e geniale) da quella riportata nella partitura a stampa. Ne informai l’editore Ricordi, che giustamente mi prese per un mitomane impazzito: chi sarà mai questo giovanotto che viene a contestarci un’edizione adoperata senza riserve da tutti i grandi direttori, da Toscanini a De Sabata, da Serafin a Guarnieri, e via elencando…. Purtroppo il giovanotto aveva  ragione e l’editore, piuttosto che venir processato da altri,  prese la coraggiosa decisione di promuovere egli stesso una nuova edizione dell’opera condotta sulle fonti autografe. Pretese inoltre che il giovanotto che aveva sollevato il polverone  si facesse carico della sua realizzazione.

Nacque così l’edizione critica del Barbiere di Siviglia e con essa la prima edizione critica di un’opera lirica del grande repertorio italiano, operazione che comportò l’elaborazione di una metodologia ad hoc destinata a diventare la base di altre imprese del genere, a cominciare dalla pubblicazione dell’opera omnia rossiniana da parte della Fondazione Rossini di Pesaro. Per maturare scelte appropriate, fu necessario approfondire la conoscenza di specifiche particolarità grafiche e compositive con l’esplorazione sistematica di altre partiture autografe di Rossini,  giocose, serie, semiserie. Per Alberto Zedda fu l’occasione di scoprire uno straordinario compositore, fascinoso soprattutto per l’originalissima concezione di un teatro musicale lontano tanto dall’oggettività fatalistica dei classici quanto dalle passioni infuocate dei romantici, dove i personaggi vivono la loro storia in un platonico mondo ideale pervaso da un clima morale che non ammette giudizi di condanna o di plauso né  manichee classificazioni di buoni e cattivi. Il non amore divenne irrefrenabile curiosità e da allora Alberto Zedda dipana l’avventura spirituale della sua vita cercando di scoprire il segreto alchemico di una musica costruita con materiali semplici e primordiali e tuttavia capace di raggiungere emozioni alte e di sprigionare sollecitazioni culturali intrise di ambiguità, ironia, nonsense, giocosa follia.

L’edizione critica del Barbiere intendeva essere l’omaggio di Casa Ricordi per il primo centenario della morte di Rossini, nel 1968. Per l’occasione Pesaro aveva organizzato un grande convegno di studio e Ricordi aveva fatto in modo che vi fossi invitato per parlare dell’edizione del Barbiere di prossima pubblicazione. Era il primo convegno importante di musicologia a cui partecipavo. Ne uscii scandalizzato. In giorni densi di interventi ho ascoltato tutti i luoghi comuni che hanno immiserito la figura di questo grande compositore: non un’analisi musicale seria, non una parola sulla produzione drammatica, non un interrogativo sul perché un catalogo di tale rilevanza fosse finito in oblio: fu subito chiaro che nessuno dei presenti, tanto interessato a un cronachismo di dubbia autenticità, mai si era preso la briga di consultare un manoscritto del festeggiato. Con l’irritante aggressività del sessantottino impaziente, con la franchezza imprudente di che è estraneo alla confraternita dei clerici ho contestato tutto e tutti, in un raggelato silenzio rotto solo dall’applauso solidale del direttore del conservatorio, Marcello Abbado, che presiedeva il convegno. Sostenni che il primo dovere per una città e una fondazione che ancora si alimentavano dalla sua generosità testamentaria doveva essere quello di rendere conoscibili le sue partiture, mai pubblicate. Invece della lupara vendicatrice, Pesaro mi  riservò stima e affetto.

Wolframo Pierangeli, presidente della Fondazione Rossini, e Giorgio De Sabbata, sindaco di Pesaro, vennero a Milano per assistere alle mie conferenze di presentazione dell’edizione critica e per ascoltare alla Scala le memorabili recite del Barbiere dirette da Claudio Abbado col proposito di verificare se l’operazione editoriale tanto reclamizzata aprisse davvero un discorso nuovo per Rossini. In un incontro decisivo per il mio futuro mi incaricarono di creare le premesse per la pubblicazione in edizione critica dell’intera opera rossiniana, selezionando eventuali collaboratori e avviando la trasformazione della Fondazione Rossini in vista di tale obiettivo. Avendo iniziato una promettente carriera di direttore d’orchestra, non potei accogliere la proposta di Pierangeli di trasferirmi a Pesaro per rifondare la Fondazione, ma nei tanti incontri a Roma e a Pesaro seguiti a quel primo  del 1968  si  gettarono le basi di un comitato e di un progetto editoriale che doveva cambiare radicalmente l’immagine di Rossini.

Da allora sino al 1980 le mie vacanze si identificarono con dodici ore di lavoro giornaliero nelle stanze della Fondazione Rossini per esplorare e trascrivere manoscritti in compagnia degli altri componenti il comitato editoriale: Philip Gossett e Bruno Cagli. In quell’anno, da Milano segnalarono che a Pesaro stava emergendo un giovane assessore alla cultura ricco di idee innovative e dotato della capacitá manageriale e dell’ambizione necessarie per tradurle in realtà concreta: Gian Franco Mariotti. Ci incontrammo e subito decidemmo di unire esperienze e passione per vivere insieme il tormentone del Rossini Opera Festival, impostato da Mariotti con lucida e superba consapevolezza in modo da diventare evento di prima grandezza. Nessuno dei due osava pensare, tuttavia, che nel breve volgere di anni Pesaro sarebbe diventata l’indiscusso centro di una rinascita rossiniana che ha moltiplicato la circolazione delle sue opere, riproposte in un codice espressivo capace di disvelarne i significati. Oggi cantare un ruolo rossiniano a Pesaro val più che cantarlo alla Scala, giacché certifica una specifica congruità belcantistica, un avallo simile a quello che conferisce il cantare ruoli wagneriani a Bayreuth o mozartiani a Salisburgo.

Prima ancora di propormi di affiancarlo nelle scelte artistiche del Festival, Mariotti mi aveva obbligato a comprare una casa nell’entroterra pesarese: sapeva che se insieme alle partiture inedite di Rossini avessi scoperto l’anima di questa città non me ne sarei più allontanato. Oltre alla dolcezza dei suoi paesaggi a misura d’uomo, mi sono innamorato della sua gente e dei suoi cibi: semplici, basati su materie prime genuine trattate con la sapienza e il rispetto mutuati dalla civiltà contadina, lontani dalla genericità supponente della nouvelle cuisine,  prossimi alla natura limpida e sobria del comporre rossiniano.

Limpida e sobria come la sua gente, cordiale e ospitale, ma senza smancerie; seria e  professionale, ma senza orpelli; consapevole e interessata, ma senza furbizie; moderna e informata, ma senza fanatismi, ironica e disincantata, ma senza cinismo. Creando mercati di alta qualità, ha riempito il mondo di cucine: una categoria mobiliare meno blasonata di altre. Ma le sue cucine sono tanto belle ed efficienti da cambiare le abitudine di larghi strati sociali: oggi è elegante e ricercato pranzare in cucina ed è piacevole sostarvi a lungo anche dopo, disertando il salotto. Ancora una coincidenza con lo stile del suo Rossini: apparentemente facile e dimesso, in realtà aristocratico e ricco di contenuti vertiginosi e accattivanti.

Alberto Zedda