Il viaggio a Reims

Il viaggio a Reims, nel contesto dell’opera di Rossini, significa innanzitutto il ritorno al genere comico, che Rossini aveva abbandonato quando si era trasferito a Napoli, per dedicarsi esclusivamente all’opera seria.

Non è facile comprendere le ragioni di una scelta tanto drastica, atteso che con l’opera buffa Rossini aveva conseguito un successo, anche popolare, senza precedenti, grazie alla qualità di opere come Italiana in Algeri, Barbiere di Siviglia e Cenerentola, che avevano innalzato a nuova dignità un genere da sempre considerato minore.

Forse per questo Rossini ha ritenuto suo dovere, raggiunta la piena maturità creativa, di cimentarsi col più apprezzato repertorio drammatico; forse veramente la sua vocazione di compositore, che a Napoli era finalmente in grado di esprimersi liberamente, senza condizionamenti di impresari e committenti, lo spingeva a prediligere il genere serio; forse la splendida apertura culturale della Napoli di quel tempo e la frequentazione con Maria Malibran, grande personalità e eccelsa interprete tragica, hanno influenzato la scelta del repertorio….

L’opzione comica del Viaggio a Reims non sembrerebbe obbligata: un omaggio a Carlo X Re di Francia, in occasione della sua incoronazione, parrebbe meglio tributato con argomento serio piuttosto che con una storia buffa che ironizza su personaggi che sono gli abituali frequentatori della Corte di quello stesso Sovrano. Anche la difficoltà obiettiva di mettere insieme con un minimo di senso una vicenda agita da un numero inconsueto di personaggi (tutti gli artisti importanti su piazza dovevano partecipare all’omaggio al Sovrano, mecenate e arbitro della loro fortuna!) non sembra essere ragione condizionante per la scelta giocosa.

Presentandosi al nuovo pubblico parigino, generoso di entusiastici consensi ma non privo di autorevoli voci critiche, Rossini ha forse preferito affidarsi a quel genere giocoso che gli aveva valso il successo incontrastato nel mondo intero.

Il viaggio a Reims va ascritto senza dubbio all’astrazione del “comique absolu” per la fragilità di una vicenda appena accennata, per la labilità di caratteri privi di approfondimento psicologico, per l’ambientazione fantastica che non trova riscontri di veridicità. Ma l’elezione della comicità astratta restituisce alla musica la funzione di costruire un senso più alto e completo alla storia e di cogliere uno straordinario spaccato della società del tempo, qui sottoposta alla dissacrazione del paradosso e al vetriolo dell’ironia, anche se attenuati e trasformati in gioioso divertimento dalla “joie de vivre” che pulsa costantemente nell’ispirazione rossiniana.

Interessante indagare le ragioni che hanno indotto Rossini, una volta deciso il ritorno all’opera comica, a prediligere quel “comique absolu” che aveva impiegato con tanto rivoluzionario clamore nelle prime opere veneziane, dalla cinque straordinarie “farse” all’Italiana in Algeri, e che aveva poi progressivamente annacquato nelle successive, mescolandovi un più corposo “comique significatif”, sino a toccare i confini dei generi semiserio e larmoyant (Barbiere e Cenerentola).

Rispetto all recupero dell’opera nel Festival di Pesaro, legata a Abbado e a me stesso, fu subito chiaro per gli studiosi della Fondazione Rossini che la partitura del Viaggio a Reims, misteriosamente riapparsa nella Biblioteca romana di Santa Cecilia dove non figurava catalogata, costituiva, per la sua straordinaria importanza, il ritrovamento del secolo.

Mi è sembrato logico offrirne la riproposizione a Claudio Abbado, il direttore che, in coppia con Jean Pierre Ponnelle, aveva rilanciato Rossini alla Scala con esecuzioni di Barbiere, Cenerentola e Italiana in Algeri strepitose non solo per la qualità dei risultati artistici conseguiti, ma per la novità di riletture filologiche, condotte su edizioni critiche lucidamente assunte, che hanno contribuito a cambiare il corso dell’interpretazione rossiniana.

L’intelligenza di Abbado fu pronta ancora una volta a cogliere l’occasione e seppe dar vita a uno dei successi più clamorosi e duraturi, sommandosi alla geniale intuizione di Luca Ronconi di proiettare lo spettacolo in una dimensione metateatrale visionaria e al contributo di un cast di interpreti storici, richiamato dalla felicità di cantare una delle più belle creazioni di Rossini nella severa cornice di un Festival che non aveva tradito la sua ragion d’essere.

La difficoltà di rappresentare degnamente quest’opra nasce da ragioni artistiche ed economiche dovute all’anomala destinazione d’origine.
Il viaggio a Reims costituiva l’omaggio allo sponsor coronato degli artisti parigini: ovvio che tutti volessero prendervi parte. Poiché fra essi si contavano i più bei nomi del firmamento canoro, Rossini ebbe buon gioco a comporre una girandola di pezzi di bravura in grado di concentrare in poche pagine le virtù degli interpreti e dar loro modo di brillare. Solo grandi cantanti, in possesso di voce e tecnica superiori, possono dar vita adeguata a queste pagine: il numero abnorme di personaggi richiesto dalla partitura complica ulteriormente la difficoltà di riunirli in una stessa occasione.

Unica alternativa: ricorrere alla vitalità di giovani dotati nel canto rossiniano, dove fantasia, entusiasmo, spericolatezza possano sostituirsi all’arte matura dei divi.

Il numero e la qualità degli interpreti comporta previsioni finanziarie pesanti per l’impresa pubblica e privata. E probabilmente la ragione che spinse Rossini, egli stesso oculato e intelligente gestore di teatri, a considerare l’opera improponibile in contesti ordinari e a smembrarne la partitura, in parte riutilizzata nel Comte Ory e in parte sepolta nella sua biblioteca privata.

L’esile trama della storia presenta una serie di quadretti di costume che disegnano con gusto e humor situazioni e personaggi. La musica, in una calibratissima successione di splendidi arie, duetti e concertati, riesce a legare l’episodica frammentazione in un discorso teso e coinvolgente. Difficile far corrispondere a questo unitario procedere uditivo un altrettanto unitario discorso visivo. La difficoltà per il regista sta nel dipanare questo filo comune, in accordo con la musica, perché arrivi a imprimere un procedere logico e coerente alla casuale successione degli accadimenti scenici.

Alberto Zedda