L’ultimo peccato

Se sul piano liturgico la messa celebrata dal più umile parroco ha tanto valore quanto quella cantata solennemente dal Papa, non si può affermare lo stesso sul piano musicale. Tra le numerosissime messe composte nei secoli, solo alcune sono giunte sino ai giorni nostri come veri traguardi artistici di riferimento. Alle grandi creazioni di Palestrina, Bach, Mozart, Beethoven e Verdi, si deve aggiungere senza dubbio la Petite Messe Solennelle di Rossini, sorprendente giá dal titolo in apparenza tanto contraddittorio, perché questa messa è “piccola”, più per il suo carattere intimo che per il ridotto apparato di strumenti e voci, ed è a sua volta “solenne”, più per la profondità e ricchezza dell’eccellente musica che per la lunga durata. Il fatto è che Rossini,  il compositore e il personaggio, sembra essere un continuo ossimoro; e non poteva cessare di esserlo nella sua “peccaminosa” vecchiaia. Bambino prodigio, è  stato innalzato in gioventù al soglio  della monarchia operistica d’Europa e si è detronizzato volontariamente dai suoi palcoscenici all’apice della gloria, a trentasette anni; umorista geniale, con i suoi turchi, le sue italiane, i suoi barbieri e tanti altri ancora, e nello stesso tempo grande propulsore dell’opera seria spalancando ai suoi eroi le porte del Romanticismo; gaudente e depressivo, innovatore e reazionario. Un uomo, più che del suo presente, del passato e del futuro. Come la sua stessa Messa, che affonda le radici nella severa scuola della tradizione e abbatte le barriere del suo tempo per proiettarsi con le sue audacie nella modernità.

Molto si è scritto sulle lunghe “vacanze” rossiniane, dopo il debutto del Guillaume Tellnel 1829. Nessuno puó spiegarsi l’enigma di questo ritiro in modo ragionevole; nemmeno il proprio Rossini seppe chiarirlo, né ai suoi attoniti contemporanei né a se stesso. Però non tutto fu gastronomia in quel lungo periodo di quasi quaranta anni, e tre composizioni sarebbero state sufficienti per renderlo immortale, anche se non avesse scritto altro in precedenza: lo Stabat Mater, i Péchés de vieillessee la Petite Messe Solennelle. Di questi tre gioielli, la PetiteMesseè, a mio parere, la più  coraggiosa e saggia, la più essenziale, e qualcuno l’ha qualificata come il testamento musicale del compositore.

Rossini scrisse la Messanel 1863, durante l’abituale permanenza estiva nella villa di Passy, nei sobborghi di Parigi. Non è provato che si tratti di un incarico  del conte Alexis Pillet-Will, suo banchiere e intimo amico, benché sia dedicata alla contessa Louise e nonostante il fatto che sia stata eseguita per la prima volta in occasione della consacrazione della cappella privata nella nuova dimora che i conti eressero al numero 12 della parigina rue de Moncey. Ai suoi settanta anni e più non era la prima volta che Rossini abbordava questo genere musicale. Il catalogo della sua produzione sacra richiama l’attenzione per l’elevato numero di titoli (in prevalenza messe), per il precoce inizio e per la continuità nel tempo. Oltre alle messe, altre composizioni sacre avevano permesso a Rossini di familiarizzarsi con il linguaggio religioso; ma questo linguaggio, appreso nell’adolescenza e maturato nel corso della carriera, venne straordinariamente rinnovato nell’ultima delle messe che scrisse: la piccola solenne.

La scelta dell’organico cameristico è di una rara novità: due pianoforti e un harmonium, quattro solisti (soprano, contralto, tenore e basso), più un coro misto di otto voci. Chi meglio spiega il senso di questa scelta è Rossini stesso nella nota autografa, redatta in francese nel manoscritto della Messa conservato presso la Fondazione Rossini di Pesaro:

“Dodici cantori di tre sessi, uomini, donne e castrati, saranno sufficienti per la sua esecuzione, vale a dire otto per il coro, quattro per le parti solistiche: in totale dodici Cherubini. Buon Dio, perdonami questo accostamento: dodici sono gli Apostoli nel celebre coup de machoire affrescato da Leonardo chiamato l’ultima cena. Chi lo crederebbe! c’è fra i tuoi discepoli chi prende note false! Signore, tranquillizzati, ti assicuro  che nella mia Cena  non ci saranno dei Giuda e che i miei ragazzi canteranno con precisione e con amore le tue lodi e questa piccola composizione che  è, ahimé, l’ultimo peccato mortale della mia vecchiezza.”

(Douze Chanteurs de trois Sexes Hommes, Femmes et Castras seront suffisants / pour son execution, Savoir Huit pour le Choeurs, quatre pour les Solos, Total douze Chérubins / Bon Dieu pardonne moi le rapprochement suivant; Douze aussi sont les Apôtres dans le Celebre / coup de Mâchoire peint a Fresque par Leonard dit La Cene, qui le croirait! / il y a parmi tes disciples de ceux qui prennent des fausses notes!! / Seigneur, / Rassure toi, j’affirme qu’il n’y aura pas de Judas a mon Dejeuné et que / Les miens chanteront juste et Con Amore tes Louanges et cette petite Composition qui est Hélas le dernier Peché mortel de / ma vieillesse.)

Non si trattava, come confessa con evidente umorismo, di un peccato qualsiasi, ma dell’ultimo mortale: quello che avrebbe potuto sprofondarlo all’inferno, ma che invece lo elevò alla gloria, perché vi è in questo “peccato”, nella sua ineguagliabile Messa, molto amore e molta sapienza. E Rossini torna a rivolgersi al suo interlocutore al concludersi della partitura:

“Buon Dio, eccola conclusa questa povera piccola Messa.  Avró composto della musica sacra (musique sacrée) o non piuttosto della musica maledetta (sacrée musique)? Io ero nato per l’Opera Buffa, tu lo sai bene! Un po’ di scienza, un po’ di cuore, ed è tutto. Sia dunque benedetto e accordami il Paradiso. G. Rossini Passy 1863 “

Bon Dieu La voilà terminée cette pauvre petite Messe. Est-ce bien / de la musique sacrée que je viens de faire ou bien / de la Sacrée musique? J’étais né pour l’Opera Buffa / tu le sais bien! Peu de science un peu de coeur, / tout est la. Sois donc Beni, et accorde moi / Le Paradis. G. Rossini Passy 1863.

L’autoritratto di Rossini in queste righe è di una ironia magistrale. Non gli importa  indossare la maschera di compositore buffo che gli avevano costruito per presentarsi davanti a un Dio al quale dà del tu e con il quale si permette di scherzare grazie all’umiltà e alla rinuncia alle glorie mondane. Da qui derivano il suo parlare  da buffone, come un vecchio malizioso delle sue farse,  e la qualifica dell’emblematica Cenacome coup de mâchoire, qualcosa come “addentata”, o più letteralmente “colpo di mandibola”, quando si tratta invece della rappresentazione dell’atto istituzionale della messa; da qui la domanda se la sua musica sia sacra o dannata, giocando con il doppio senso del termine francese  sacrée, e tante altre buffonerie cosí piene di ingegno. Ve ne è però una che risulta inquietante: perché parla di tre sessi? Perché menziona i castrati, quando l’evirazione era una pratica abolita da più di mezzo secolo? O Rossini forse sognava ancora nel 1863 quel tipo di voce e dentro di sé aveva pensato per loro la sua Messa, anche se poteva confessarlo solamente a Dio?

Comunque la Messa fu eseguita per la prima volta il 14 marzo 1864 senza seguire le   indicazioni specificate nella dedica riportata, e neppure quelle che figurano nel manoscritto di Pesaro (un secondo autografo, questo,  copiato dall’originale, rimasto di proprietà dei Pillet-Will,  in cui, per esempio, non figura l’O salutaris), dato che il coro non era formato da otto voci, ma da quindici studenti del Conservatorio, tra i quali,  per certo, non vi era alcun castrato; i solisti furono il tenore Italo Gardoni, il basso Luigi Agnesi e le sorelle Carlotta e Barbara Marchisio, rispettivamente soprano e contralto; Georges Mathias come primo pianista e Andrea Peruzzi come secondo; e all’harmonium il giovane Albert Lavignac; tutti sotto la direzione di Jules Cohen. Tra l’eletto pubblico: Auber, Mayerbeer, Ambroise Thomas, il barone Taylor e altri aristocratici, banchieri, ambasciatori, il nunzio del Papa. Mancava peró il compositore, intervenuto solo alla prova generale, per sottrarsi alle acclamazioni.

La partitura è divisa in due grandi sezioni di sette numeri ciascuna. La prima include il Kyrie-Christe, per solisti e coro, Gloria-Laudamus, per solisti e coro, Gratias, terzetto per contralto, tenore e basso, Domine Deus, per tenore solo, Qui tollis, duetto per soprano e contralto, Quondam, basso solo, Cum Sancto Spiritu, per solisti e coro. La seconda è formata da Credo, per solisti e coro, Crucifixus, per soprano solo, Et resurrexit, per solisti e coro, Preludio religioso, per harmonium, da eseguirsi durante l’Offertorio, Sanctus, per solisti e coro, O salutaris, per soprano solo, e Agnus Dei, per contralto solo e coro. È una composizione di lunga durata, dato che supera l’ora e mezza. Un tempo che sfida il tempo, perché il mistico raccoglimento, l’intima solennità, la rattenuta sensualità,  l’indulgenza, la tenerezza, la nostalgia e la serenità presenti nella Messa sonotali da lasciare sospesa l’anima dell’ascoltatore.  Il segreto di questa musica radica nella sua nudità, nell’economia dei mezzi, nell’uso minimalista dei materiali e nella saggia distribuzione del discorso musicale, che con i suoi contrasti ritmici, melodici e timbrici, con i giochi tra solisti, coro e accompagnamento musicale, crea un’atmosfera capace di sprigionare i sentimenti più espressivi.

I fortunati intervenuti a quella memorabile prima e quelli presenti alla nuova esecuzione dell’anno successivo, uniche occasioni che si ebbero, vivente Rossini, di ascoltare la messa, saranno rimasti sconcertati e sorpresi per la novità di quella musica che combina ritmi ostinati con meditazioni corali, fughe, melodie, trame contrappuntistiche, arcaismi e audacie mai udite prima. Puó darsi che tanta modernità  non fosse stata allora compresa, dato che molti ammiratori sollecitarono Rossini perché la orchestrasse per grande organico. Il Maestro dapprima resistette, ma a partire dal 1866, già con la morte vicina, cominciò a dubitare sull’opportunitá di farlo, come si evince dalla lettera che scrisse all’amico Ferrucci il 23 marzo di quell’anno, dove lo invitava ad adoperarsi per convincere Papa Pio IX della necessità di promulgare una bolla che permettesse a uomini e donne di cantare assieme, dato che aveva composto una “messa solenne” (omise il “piccola”) con “accompagnamento provvisorio” di due pianoforti, ecc. Quanto strano risulta che Rossini abbia qualificato “provvisorio”l’accompagnamento cameristico! L’orchestrazione della Petite messe solennellefu terminata nel 1867, e in questa  veste fu eseguita per la prima volta, postuma, nel Théâtre Italien di Parigi nel 1869.

Jacobo Cortines