L’Otello di Rossini

Ebbi occasione di dirigere l’Otello di Rossini molti anni fa, nel 1963, con Virginia Zeani e Ottavio Garaventa, e di quell’esperienza sopravvive una registrazione discografica dell’intero terzo atto editata in una collana dedicata al quarto centenario della nascita di Shakespeare.

In quel tempo non avevo ancora approfondito lo studio dello straordinario repertorio drammatico rossiniano e non mi ero reso conto della novità e profondità del suo messaggio artistico. Come tutti, ritenevo Rossini autore insuperabile di opere buffe e credevo che il silenzio che circondava la sua produzione “seria” fosse motivato da ragioni estetiche inoppugnabili.

Nel caso di Otello, poi, la bellezza e la popolarità dell’omonimo capolavoro verdiano, imponevano una comparazione che a schiacciante maggioranza  puniva il distaccato e cerebrale melodramma rossiniano. Ritornando su quella partitura dopo aver esplorato a fondo l’universo di Rossini, risulta chiaro che la controllata emozione di quelle pagine, così lontane dall’infuocata passionalità verdiana, non è dovuta a una debolezza espressiva del musicista, ma alla sua lucida determinazione di superare il sentimento generato nei protagonisti da  situazione contingenti per espanderlo a una dimensione etica che trascenda il caso rappresentato e arrivi a interessare categorie universali.

Il dolore e la sventura di Desdemona non nascono dalla sua insipienza nel fronteggiare l’equivoco determinato dal suo infantile comportamento, ma da una ben più inquietante cagione che riguarda la difficoltà di comunicazione fra gli esseri umani quando l’amore venga a turbare gli equilibri dell’intelletto;  la gelosia di Otello non cerca nella perfidia di Jago alimento per giustificare il delitto, ma è la solitudine esistenziale che colpisce in lui il diverso, umiliato da una società che disprezza la sua selvatica negrità, a ingigantire l’insensata fragilità del suo agire; la disperazione di Rodrigo, il più vero ed umano dei personaggi di quest’opera, gratificato da una delle più commoventi arie mai composte, non è solo conseguenza dell’amore infelice per Desdemona, ma la tragica rappresentazione di quanto quel sentimento possa giungere a sovvertire la ragione umana. I personaggi verdiani scolpiscono potentemente passioni originate dalla storia narrata; quelli rossiniani cercano emozioni che travalichino la realtà del racconto per allontanarlo in un altrove metafisico dove tutti si possano riconoscere.

Otello è stata una delle ultime opere di Rossini a sparire dai cartelloni dei teatri lirici, grazie alla notorietà del soggetto shakespeariano e alla immensa popolarità dell’aria “del salce” cantata da Desdemona prima di venire uccisa. Ha comunque subito il destino comune a tutte le opere rossiniane di genere serio: non più rappresentate per la difficoltà di reperire cantanti adeguati alla loro vocalità belcantistica, tipologia di canto lontana da quella richiesta dall’imperante melodramma tardoromantico e verista, ma soprattutto volontariamente negate a rappresentare le passioni con il crudo realismo preteso da un pubblico inebriato di empiti romantici.

L’Otello di Gioachino Rossini ha ben poco a che fare col testo letterario di Shakespeare, al contrario di quello di Boito-Verdi. Shakespeare, come Verdi, è un possente scultore di passioni umane espresse nei gesti teatrali espliciti e cogenti dei suoi personaggi; Rossini, al contrario, tende ad allontanare dalla realtà quotidiana l’agire dei suoi interpreti, idealizzando le loro azioni in modo da farli diventare virtualmente comportamenti di tutti, anche nostri.

Alberto Zedda