Paolo Grassi

Paolo Grassi, sovrintendente del Teatro alla Scala, tra Monserrat Caballè e Fiorenza Cossotto, alla prima di Norma, 1972

L’Europa, il mondo occidentale ha toccata il punto più basso di un secolo di inaudita barbarie alla fine della seconda guerra mondiale. La Scala ridotta al silenzio, Dresda cinicamente cancellata, Varsavia distrutta casa dopo casa, palazzo dopo palazzo, l’inerme popolazione civile diventata bersaglio, superando l’orrore delle trincee, la follia dei campi di sterminio…..

In questo desolato scenario nasce il Teatro di Paolo Grassi e miracolosamente la società civile, la città recupera il respiro vitale dell’agora greca, del foro romano, della piazza comunale, il luoghi dove la gente intreccia il dialogo, confronta le idee, influenza la scelte pubbliche ma soprattutto, i luoghi dove, nelle attigue Basiliche e nei Teatri che fanno da sfondo, si dibattono i grandi temi dello spirito: arte, poesia, cultura, etica, socialità. Questi temi tornano d’attualità perché il teatro di Paolo Grassi che glieli prospetta non è solo spettacolo e divertimento: la funzione ludica è pretesto per agitare nuove idee e nuove conoscenze, per rafforzare con la forza dell’immagine e della parola concetti sublimi, per sviluppare una coscienza morale in linea coi doveri che il privilegio della democrazia comporta. Tanti ne sono rimasti stregati: al Piccolo Teatro si abbonavano studenti squattrinati, operai avviliti da lavoro precario e mal retribuito, gente di ogni ceto e rango. La società civile ne fu felicemente influenzata e conobbe un momento di crescita e di passione; ne fu influenzata anche la politica che mai come in quei giorni si sentì investita del compito di edificare un ordine pubblico impregnato di etica, di onestà, di vitale utopia.

Grassi ebbe talento e tenacia per ristabilire quel rapporto profondo fra teatro e città che trovò splendore nel Old Vic di Shakespeare e nei templi che ospitarono il melodramma barocco e protoromantico, dove si affrontarono grandi temi dell’esistenza, ardui e onniscienti, resi comprensibili e popolari grazie all’eccellenza della qualità, giacché l’abbaglio della bellezza, in qualsiasi forma presentata, vince sempre l’oscurità.

La rivoluzione indotta dal suo leggendario Piccolo Teatro, il primo teatro stabile italiano, che proponeva il testo come un evento che non si esaurisce nello spettacolo, ma come il prosieguo di esperienze e riflessioni che partono prima e continuano dopo la rappresentazione, cambiò profondamente il panorama culturale milanese, che conobbe in quel tempo una crescita impetuosa, fervida e condivisa. Si rappresentò tutto quello che nella storia della drammaturgia aveva lasciato traccia significativa, coi ritmi frenetici consentita dalla giovinezza e dall’entusiasmo dei suoi reggitori, Paolo Grassi e Giorgio Strehler, dioscuri inscindibili baciati dalla grazia divina del talento. I risultati di straordinaria levatura accrebbero la voglia di partecipazione e convinsero che la comunicazione teatrale era linguaggio privilegiato per accedere alla coscienza politica, morale, etica degli individui, per entrare nel vivo della problematica che agita la società civile.

Nacquero altri spettacoli che incisero nella formazione dei cittadini: chi non ricorda il successo delirante de Il dito nell’occhio o de I sani da legare di Dario Fó e compagni ? Fu un momento magico per Milano, che parve riscattare il baratro scavato da un secolo di sanguinaria follia.

Paolo Grassi intuì presto che il cancro del consumismo, la droga della televisione, lo scadere della politica da vocazione etica a mercimonio senz’anima, foriero di egoismo e corruzione, avrebbero spinto la gente a coltivare la pigrizia della comodità e il disimpegno della mediocrità piuttosto che la ricerca esigente della bellezza e il rovello della riflessione critica. Lo attesta un emblematico spettacolo che il Piccolo presentò con inusuale frequenza: il pirandelliano I giganti della montagna. I rozzi e crudeli giganti, oggi annidati anche nei massimi centri del potere, vogliono distruggere la poesia e con essa la libertà di pensare e sognare alto. A questo scopo perseguitano una povera compagnia itinerante di teatranti ai quali è data la scelta di salvarsi ammutolendo l’arte loro oppure di lottare fino alla morte perché la missione continui fra le gente.

Nel primo allestimento dei Giganti presentato al Picciolo Teatro i teatranti uscivano, attraversando la platea su una sgangherata carretta, per andare a recitare, incuranti della folgore che i giganti stavano rovesciando sudi loro; nelle due successive edizioni dell’opera la carretta veniva travolta e distrutta dal sipario di ferro mangiafuoco che scendeva dall’alto. Con quel gesto Paolo Grassi denunciava che l’affarismo dei politici, il qualunquismo di una piccola borghesia nostalgica di un tiranno che la sollevi della responsabilità di prendere posizione, il tanfo di una mediocrità trionfante in ogni campo avrebbero spento la sete di fantasia e innocenza e allontanato il traguardo di una civiltà segnata dalla nobiltà dello spirito. Lottò, contro la sua stessa convinzione come sempre fanno le anime elette, fino alla fine dei suoi intensissimi giorni e ne morì prematuramente. Se avesse vissuto non ci troveremmo oggi nella situazione che tanto lamentiamo: nessun governo, di destra, di centro, di sinistra, avrebbe potuto promulgare le leggi liberticide che oggi uccidono la cultura e l’identità di un popolo, chiudendo i teatri, mortificando la scuola e la ricerca, spegnendo ogni speranza di crescita e di futuro.

Alberto Zedda