Ricordo di Dino Ciani

Dino Ciani

La naturale sintonia scattò al primo incontro: Dino Ciani raggiante per una carriera che al brillio del successo aggiungeva l’aristocratico blasone di un umanismo raffinato; io, lasciati alle spalle gli studi di Filosofia e di Paleografia musicale, ebbro di futuro dirigendo concerti sinfonici propiziati dall’affermazione conseguita nel primo concorso del dopoguerra bandito dalla Radiotelevisione Italiana; entrambi portati a recepire le emozioni della musica con caparbio senso critico, non esente da un socratico distanziamento che induceva a porre in discussione il luogo comune quanto il dogma consacrato.

L’amicizia si consolidò quando avemmo l’occasione di trascorrere un largo periodo di lavoro e raccoglimento, lontani da ogni abituale incombenza, ad Ankara, ospiti dell’ambasciatore d’Italia in Turchia, musicomane appassionato e competente che aveva organizzato una rassegna di artisti italiani presentati in concerti con la locale orchestra sinfonica, della quale ero in quei mesi direttore ospite. In quegli interminabili scambi maieutici emergeva costante la volontà di confrontare ogni atto del vivere e del far musica con l’utopia di un bello ideale di virile fortitudine, immagine che i bronzi di Riace esemplificano in mirabile sintesi d’arte.

La villa di Ranco, dove Dino viveva, divenne per tanti musicisti, specie quelli milanesi, luogo d’incontro privilegiato. Nel raccoglimento di quel signorile romitaggio si accendevano discussioni di alto profilo, animate dalla corrosiva dialettica del padrone di casa, densa di slanci passionali e di analisi minuziose, ma a volte spinta dall’entusiasmo a eccessi polemici. Artisti della taglia di Abbado e Pollini, accettavano di confrontarsi col furore giacobino del nostro Beckmesser, assumendo senza risentimenti le tribunizie, ma ispirate contestazioni di scelte già sottoposte al più severo rigore speculativo. Le argomentazioni di Dino, anche quando rifiutate, erano stimolo di approfondimento, contributo al costante ripensamento dei capolavori, condivisione dello strazio dubitativo che soffre l’artista teso a inseguire verità irraggiungibili. Quelle sedute palesavano la congruità della disponibilità all’ascolto, al confronto libero da pregiudizi, al travaglio di rimettere in gioco sicurezze acquisite.

Non sempre gli incontri a Ranco si limitavano a dotte disquisizioni: capitava anche che dopo un raffinato pranzetto si raggiungesse il motoscafo di Dino per andare a trascorre altre ore di passioni musicali e incontri conviviali nell’ospitale dimora di Enzo e Nandi Ostali, sita nel ramo opposto del lago. Dal timone di guida, Dino, scamiciato e felice, dava l’attacco e gli illustri convitati, abbandonati podio e tastiera per salire su un palcoscenico governato da uno scatenato Pier Luigi Pizzi, scandivano a squarciagola l’intero Trovatore verdiano con tale possanza da superare il rombo di motori spinti all’incandescenza dal lirico fervore.

La superbia intellettuale dell’artista toccato dalla grazia non impediva a Dino gesti di assoluta modestia. Un giorno mi pregò di portargli a Ranco Alberto Mozzati, pianista e docente di profonda sensibilità e di grande umanità; Dino desiderava fargli ascoltare il provino dei primo libro dei Preludi di Debussy che la casa discografica gli aveva inviato per il definitivo “si stampi”. Mozzati ascoltò in silenzio l’intera sequenza dei preludi, fumando come solito una funesta sigaretta dopo l’altra, e solo al termine, dando prova di una capacità di concentrazione, di una competenza filologica e di un orecchio musicale straordinari, ripercorse con la memoria pezzo dopo pezzo, limitandosi a poche osservazioni centrate su scelte testuali discordanti dalle acquisizioni di recenti edizioni che riteneva preferibili. Dino ascoltò assorto, in un silenzio interrotto solo dalla richiesta di qualche chiarimento, ma l’uscita del disco venne ritardata affinché vi potessero trovar posto le correzioni suggerite da Mozzati.

L’insaziabile curiosità spinse Dino a cercare la collaborazione di un interprete intelligente per programmare il ciclo di canti che compongono il Winterreise del suo diletto Schubert, un’operazione in quel tempo insolita per un solista della sua fama. Le prove si svolgevano al Piccolo Teatro di Milano, negli stessi giorni in cui si stava montando Il Giardino dei Ciliegi di Cechov nel mitico allestimento di Strehler-Damiani. Al termine dell’anteprima, alla quale eravamo stati invitati, uscimmo a cenare con gli attori dello spettacolo. Valentina Cortese, carismatica protagonista, si chiese se la tematica del testo cechoviano, gravido di rimpianto per un passato obsoleto, potesse ancora trovare risonanze nella coscienza del pubblico odierno. Prese la parola Dino e per un tempo incredibilmente dilatato spiegò, con immagini di alata ispirazione, l’attualità e la pregnanza di quel paradiso perduto. Valentina Cortese, con le lacrime all’occhi, postillò che da quella sera la sua recitazione avrebbe trovato nuovi accenti e cercato inedite significazioni.

Dotato di una facilità di apprendimento e di facoltà mnemoniche stupefacenti, Dino possedeva un repertorio vasto ed eclettico, esteso anche a titoli ed autori di non abituale frequentazione. Ne fa fede la ciclopica impresa affrontata a Torino di presentare in poche settimane il ciclo completo delle 32 sonate di Beethoven: il grande Maurizio Pollini avrebbe spalmato in un arco temporale di decenni la versione discografica di questa summa suprema.

Poco tempo prima del fatale incontro con la Parca, Dino mi condusse nella sua nuova casa di Riano, sontuoso domicilio di cui andava fiero, anche perché attestava il successo della lotta di libertà e autonomia condotta senza l’aiuto dei facoltosi genitori. Passammo ore, noi due soli, ad ascoltare, commentare, riascoltare, sviscerare la sua interpretazione delle enigmatiche Variazioni Diabelli di Beethoven, dove la musica trascolora nella metafisica e la forma iterativa scava nell’abisso dell’inconscio primordiale. La lettura di Dino lasciò nell’animo uno sgomento arcano, pervaso da un fascino sconosciuto: non sapevo che sarebbe stato il suo testamento.

Alberto Zedda