Rossinimania

Katyna Ranieri

Gioachino Rossini ha incontrato un destino unico nella storia dei grandi musicisti d’ogni epoca: nonostante abbia cessato di comporre opere a soli trentasette anni, pur continuando a vivere sino a settantasei; nonostante i suoi melodrammi, lui vivente,  siano, con pochissime eccezioni, spariti dal repertorio dei teatri lirici che aveva tirannicamente  dominato per un intero ventennio; nonostante le nuove generazioni di interpreti non fossero più  in grado di rendere le esigenze espressive di una vocalità belcantistica condotta all’iperbole di un virtuosismo acrobatico, la popolarità del suo nome è rimasta altissima in ogni strato sociale del melomane di tutto il mondo.

In qualunque latitudine si imprenda una raccolta di musica classica e operistica, fra i  primi dischi acquistati si incontra una scelta di Sinfonie tratte dalle sue opere: una preferenza che ha tenuto desto l’amore e il rispetto per il personaggio, ma che ha contribuito a confondere le idee sulla cifra espressiva del suo codice compositivo giacché, ignorando i contenuti dell’opera cui facevano da introduzione, venivano ordinariamente attribuite loro valenze giocose e brillanti anche quando riferite a drammi di argomento serio e tragico. Il successo di queste Sinfonie, unite all’universale  favore accordato al Barbiere di Siviglia, l’unica sua opera mai uscita di scena anche se troppe volte riproposta irrispettosamente in una chiave farsesca di grana grossa, hanno contribuito a creare lo stereotipo di un Rossini versato soprattutto nel genere comico, al quale lo avrebbe guidato una supposta personalità di pigro, gaudente buontempone, incline agli eccessi della tavola e dell’alcova, immagine stridente con la profonda, ricorrente neurosi denunciata dalle risultanze biografiche e con la densità di un catalogo che annovera quaranta capolavori stesi in meno di un ventennio.

Questa immensa popolarità diede luogo a una febbre maniacale che non trova riscontro nella lunga storia della musica europea: nobili e ricchi bibliofili promossero la copiatura e la stampa delle sue opere per esibirle nelle loro private biblioteche; gli editori di tutto il mondo si contesero il diritto di pubblicare e vendere le riduzioni per canto e pianoforte dei suoi melodrammi, i cui singoli brani venivano anche presentati in veste strumentale e vocale destinata alla vasta area dei dilettanti, con arrangiamenti per arpa, chitarra,  pianoforte solo, flauto, etc;  interpreti e compositori attingevano continuamente al repertorio rossiniano, gli uni facendosi  ambito punto d’onore il venir prescelti o accettati per cantare le sue opere, gli altri trascrivendo, parafrasando,  liberamente rivisitando le sue composizioni favorite.

I cataloghi degli editori ottocenteschi presentano liste impressionanti di titoli rossiniani adattati per gli strumenti più disparati, destinati a vocalisti d’ogni rango e genere:  animatori di salotti d’intrattenimento, dilettanti in cerca di evasioni spirituali, fanciulle occupate a  smaltire l’attesa dell’incontro fatale. Molte di queste pagine hanno valore artistico infimo e non mette conto ripescarle dal contesto mercantilistico che ne ha motivato la nascita, ma altre, corredate anche da nomi prestigiosi, sono utili per ricreare quel particolare clima di fanatismo e di adorazione che accompagnò la carriera di Rossini e comprendere le ragioni di tanto successo, spesso basato su motivazioni estetiche che eludevano, quando non fuorviavano, il giudizio sul reale valore del suo apporto di musicista geniale e novatore.

Questa massa di composizioni eterogenee,  acquistate con fanatica frenesia per l’attrattiva del nome carismatico, ha contribuito ad avvicinare alla musica impegnata legioni di amateurs che non avrebbero altrimenti oltrepassato la soglia della “Priére d’une vierge”: anche grazie a loro Rossini è sopravvissuto nella coscienza popolare quando le sue opere erano scomparse dalla circolazione. Tracce di queste parodie rossiniane ingenue e inacculturated si riscontrano perfino nei templi del culto,  dove le litanie mariane venivano intonate su uno dei tanti suoi temi operistici tramandati. La loro conoscenza riserva poi all’ascoltatore spaccati rivelatori del gusto che spumeggiava nei salotti brillanti, frequentati da una società che ne faceva centro di mondanità e incontri.

Fin dai primi passi il Rossini Opera Festival ha sentito il dovere di rifarsi, saltuariamente,  a questo repertorio dimenticato, nel convincimento che non si potesse restituire un ritratto completo di questo enigmatico autore senza produrre tutti i documenti che ne hanno determinato la sensazionale fortuna e l’altrettanto sensazionale oblio. E mancata tuttavia un’indagine sistematica che, al di là del fatto di costume legato a un’epoca ormai tramontata, spiegasse perché tanti importanti musicisti di ieri e di oggi abbiano sentito la curiosità di accostarsi alla musica di Rossini per rileggerla attraverso la propria sensibilità, per mescolarla al proprio codice espressivo con una contaminazione che risulta comunque atto d’amore e di rispetto.

E quanto il ROF  intende fare dando inizio a questo nuovo filone denominato Rossinimania, una rassegna seria e semiseria di manifestazioni incentrate sul fascino esercitato da questo musicista , inesauribile nell’attrarre l’interesse, la curiosità, l’ammirazione di colleghi d’ogni epoca.

Molte di queste composizioni-omaggio sono entrate stabilmente nel repertorio, come la libera trascrizione di Ottorino Respighi di alcuni Péchés de vieillesse che costituiscono la trama musicale di un balletto, La boutique fantasque, che il grande Diaghilev portò al successo nel lontano 1919, o come le Matinées  musicales che Benjamin Britten compose nel 1941 su materiale rossiniano di varia provenienza; ma altre meritano di venir ascoltate per l’autorevolezza degli autori, e per la serietà dell’assunto creativo, come le  tante trascrizioni di  Franz Liszt per il pianoforte quali le Variations sur un marche du Siége de Corinthe, del 1830;  la La serenata e l’orgia, La pastorella delle Alpi e Li marinariGrandes Fantaisies sur des motifs des Soirées musicales, del 1835-36,  e una cospicua serie di Pechées de vieillesse comprendenti pagine notissime quali “La promessa”, “La regata veneziana”, “L’invito”,  “La gita in gondola”, e molte altre; o quelle per il violino di Nicoló Paganini quali l’ Introduction e variationes sui celeberrimi “Non più mesta” di Cenerentola,  “Di tanti palpiti” del Tancredi (1851),  “Dal tuo stellato soglio del Mosè” (1835); o ancora le Rossiniane elaborate per la chitarra classica da  Mauro Giuliani, autore anche di una serie di 24 variazioni su temi de La gazza ladra.

Numerosi compositori viventi hanno cercato nella musica di Rossini, piegata alla propria sintassi creativa,  i motivi di assonanza con la contemporaneità, ripensandola in chiave d’attualità: a  Pesaro sono stati ascoltati lavori di questa natura, quali  la “Suite Dodo”, “Un petit train de plaisir” e “Isabella”, di Azio Corghi, anche musicologo curatore di una delle primissime edizioni critiche, quella dell’Italiana in Algeri, pubblicata dalla Fondazione Rossini negli anni ’70. Non si contano poi i compositori che, pur non parodiando direttamente testi rossiniani,  si sono ispirati alla sua musica, citandola o ricalcandone i modelli compositivi, come lo Stravinski di Jeux des cartes o il Rota di Un cappello di paglia di Firenze.

Per il concerto inaugurale del nuovo filone dedicato alla rossinimania, il ROF ha identificato in Katyna Ranieri l’interprete ideale per caricare di pathos le melodie rossiniane rilette in chiave ironica e divertita, nostalgica e drammatica, brillante e scanzonata, secondo l’estro di una musicalità che trascorre con sovrana disinvoltura dalla canzone di successo alla lirica sofisticata e impegnata.

L’operazione necessitava della collaborazione di un sapiente musicista in grado di manipolare la pagina strumentale rossiniana per adeguarla alle necessità espressive della parodia vocale elaborata da Katyna Ranieri con passione e severa disciplina, mantenendo alta la qualità di una contaminazione cui non sono consentite cadute di gusto. Con l’aiuto di Katyna, il ROF ha potuto vincere le perplessità di Ritz Ortolani, pesarese come Rossini,  forse anche per questo tenace nel respingere cortesemente la proposta di firmare questa  delicata operazione. Pochi compositori hanno però quanto lui le carte in regola per realizzarla con successo: Ortolani è compositore di ferrea preparazione classica, come attestano i quartetti per archi e strumenti a fiato e la monumentale Sinfonia della Memoria, recentemente eseguita anche a Pesaro, opere dense di sapienza contrappuntistica esposta con ardita e personalissima scrittura strumentale. Ma Ortolani è anche il notissimo compositore di musica per films, alla quale ha regalato pagine indimenticabili, premiate con ambite nominations ai prestigiosi Oscar. In coppia con Katina Ranieri, compagna d’arte e di vita di  irresistibile charme, Ortolani  ha già dimostrato l’attitudine al travestimento colto riscrivendo e ristrumentando con grande successo una serie di composizioni di Nino Rota e di Kurt Weil, nelle quali ha riversato una fantasia  timbrica inarrivabile e un sapiente armamentario armonico e contrappuntistico.

Ritz Ortolani, cedendo alle insistenze del ROF per il piacere di partecipare al progetto della Rossinimania e per la soddisfazione di Katyna, entusiasta per il recupero di preziose “perle dimenticate”, ha compiuto il delicato lavoro nel pieno rispetto delle melodie di Rossini, rimaste inalterate. La scelta dei brani da rivisitare non è stata facile né casuale ed è frutto di una selezione che ha comportato ricerca lunga e meditata.

La contaminazione ha riguardato la totale ricostruzione del tessuto strumentale di sostegno al canto, impiegando una originale e ricercata armonizzazione, con colori e ritmi ispirati all’attualità. La strumentazione, limitata a un complesso di due chitarre elettriche, di tastiere elettroniche, pianoforte, contrabbasso elettrico, e due percussioni, si allontana decisamente dal suono tradizionale e richiama i timbri della musica corrente.

La suggestione suadente che producono le dissonanze nascoste nella successione ininterrotta di settime e none alterate e rivoltate, scandite al ritmo calmo e profondo della bossanova o a quello eccitante dei tanti lacerti del lascito jazzistico rivisitato con mediterranea sensibilità, fanno da sfondo a emozioni che vanno dalla poetica e trasognata  rilettura dell’Ecco ridente in cielo di Almaviva ai maliziosi ammiccamenti della “Grande coquette”;  dai richiami popolareschi della “Fioraia fiorentina” alla emotiva scolpitura della “Chanson de Zora”; dallo scanzonato appuntamento de “Les amants de Seville” alla spiritosa rievocazione delle “Medaglie incomparabili”.

Un sottile tessuto connettivo di “Mi lagnerò tacendo” ,l’emblematico testo metastasiano che racchiude in pochi versi la tragica storia del suo abbandono, da Rossini musicato innumerevoli volte con la frequenza ossessiva  dell’incubo, lega fra loro questi brani rendendo rossinianamente incerto il confine fra divertimento e malinconia, fra il lampo dell’occhio che ride e l’ombra della fronte aggrottata, fra la levità del gioco parodistico e la punta amara della sua conclusione.

A queste emozioni Katyna Ranieri aggiunge l’incanto della sua classe, il dono di ammiccare, sedurre, ridere, piangere, conquistare senza discostarsi dai vertici di un gusto che non conosce limiti stilistici e temporali.

Alberto Zedda